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Stai Mahler

Updated: Apr 27, 2022






Il milanese imbruttito non “si diverte”: “sta male”.

E lo zarro di Quarto Oggiaro non “sta male”: “sta Mario”.

O, in alternativa, “sta Manuel”.

Ed è così che in un momento di scarsa presenza a me stessa, mi ritrovo a pensare che io non “sto Manuel”, ma “sto Mahler”. È successo che il mio cervello ha recuperato il cognome del musicista Mahler, dai suoi cassetti etichettati con “storia della musica/abbiocco/venerdì pomeriggio/17 anni/aiuto”.

N.B.: Se vi annoiate, passate subito all’ultimo paragrafo: cosa piace a me (datemi una seconda possibilità, dai).


Mahler e Fra Martino Campanaro


Ricordando vagamente il suo cognome, e ricordando dalle lezioni che c’entrava qualcosa con Fra Martino Campanaro, sono andata a rileggermi un po’ di cose, presa dalla curiosità, e ad ascoltarmi la Sinfonia 1, detta “Titano”. Ho scoperto che non ricordavo male: il terzo Movimento della sinfonia è proprio una rivisitazione di Fra Martino Campanaro. E mica per scherzo: prende il motivo, allora popolare (Frère Jacques), lo traduce in tonalità minore, e quindi lo carica di dramma, tristezza, pesantezza, e ci costruisce sopra il terzo tempo di una sinfonia. Questa:


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Faccia da Mahler


Ma partiamo da capo. Se vi dico Beethoven, dopo il famoso cane sanbernardo, vi viene in mente certamente una matassa di capelli tipo Medusa, uno sguardo molto severo, l’Inno alla Gioia, la sordità.

Se vi dico Mozart, dopo le palle di cioccolato, pensate certamente alla parrucca bianca con i ricciolini e il codino, a un bambino che invece che giocare a 123 stella, scrive le sue prime sonatine.

Se vi parlo di Chopin, invece, andiamo un grado più in alto. Magari vi viene in mente un notturno, magari pensate alla Polonia, o all’amore struggente per George Sand. Qualcuno pensa anche al suo taglio di capelli precursore dei baronetti Beatles.

Ma Mahler? Che faccia aveva?

Ne abbiamo una foto (anzi, più di una), perché è un romantico abbastanza tardo, sfora nel 900, non come i tre citati sopra.

Nasce in un paesino di Boemia (allora appartenente, con tutti i suoi Swaroski, all’impero austroungarico) nel 1860 e muore a Vienna nel 1911.

Famiglia di ebrei ashkenaziti, morte di tanti fratelli, infanzia difficile, brutto carattere (eh vorrei vedere, chissà che aria che tirava in casa…). Studia al conservatorio, inizia a comporre, inizia a fare il direttore d’orchestra con grande successo (lo farà per tutta la vita). Qui si inserisce la prima sinfonia. La prima di 10.

Il resto della vita non ve la racconto. Vi dico solo che vivendo nella Vienna dei primi del 900 (ombelico del mondo di allora), conosce bene Klimt, Schiele e frequenta (anche come paziente) Freud. Famosa musicista la moglie, famosa scultrice la figlia. Insomma, direi che nel suo ambiente, non ci si annoiava!


Diamo un nome alle cose? Ma anche no!


La Sinfonia Titano è la sua prima sinfonia. Viene eseguita per la prima volta nel 1889, ma Mahler la rimaneggia ancora per ben 7 anni: molte volte, eliminando interi movimenti. Un bel travaglio.

È travagliata anche la scelta del nome: sia la tradizione sia i suoi amici gli suggeriscono di assegnare un titolo alla sua opera. Infatti il pubblico e la critica avrebbero seguito meglio, se avessero avuto una traccia, una storia da seguire, come si era soliti fare.

Se ci pensate bene, questo apre un macro-tema, una domanda marzulliana di quelle senza risposta, ovvero: la musica, per essere compresa ed esprimersi, ha bisogno di appoggiarsi ad un altro linguaggio? Come la letteratura (pensiamo ai numerosi brani ispirati/che raccontano il Faust), o un riferimento visivo (esempio: I Quadri da un’Esposizione di Musorgskij).

Pensiamo alla Moldava di Smetana: se non l’avesse chiamata Moldava, la musica, da sola, ci avrebbe suggerito il flusso di un fiume? Certamente sì. Allora poteva evitare di chiamarla Moldava? E chi lo dice che non è il Danubio? Ai postumi l’ardua sentenza.

Questo comunque non è un tema da poco. Prendendo una posizione su questo argomento (titolo o non titolo, questo è il dilemma), ogni musicista si trovava a dichiarare a quale partito apparteneva: se sceglieva un titolo (si dice, in gergo, musica a programma), si inseriva nella tradizione romantica pura. Se vi si discostava, era un atto ribelle alla tradizione, una forzatura, quindi una scelta di una certa portata. È come la prima volta che dici a tua madre: “No, io la gonna di pizzo al pranzo di Natale non la metto. Io ho i jeans e vanno bene quelli”.


Tutti strutti appassionatamente


Fatto sta che le pressioni esterne dicono a Mahler che deve dare un titolo alla sua opera. Quindi un riferimento. Sceglie “Titano”. Titano è un personaggio di un romanzo di Jean Paul. Che non è una catena di parrucchieri, ma uno degli scrittori tedeschi più amati dagli spiriti tormentati del romanticismo: uno su tutti, il probabilmente schizofrenico Schumann (il che la dice lunga). Il vero nome di Titano è Rocquairol, e si tratta di un essere byroniano, in cui prevale lo spirito del male. Titano impone la sua volontà alla realtà, con la forza, la violenza ed il sadismo. È dissoluto e amorale come tanto piace alle anime strutte (!) dallo Sturm une Drang in su. Amore e morte, malattia, intrighi, personaggi puri che si intersecano (anche e volentieri fisicamente) con esseri corrotti.

Per la verità pare che si siano cercate delle corrispondenze tra la trama dell’opera e la Sinfonia che ne prende il nome, ma non si sono trovati chiari riferimenti.

Di certo si può dire che per la vita di Mahler era un periodo di passioni amorose senza speranza (es. con donne già sposate). Tanto che la Titano viene definitiva la “Werther” di Mahler (cit. Bruno Walter, suo allievo principale).

E poi questo nome, Titano, lo toglie e lo mette, lo toglie e lo mette… insomma, ci puzza un po’ di toppa sul buco, o meglio, di “prestanome”.


I movimenti in breve-brevissimo


(Non voglio spiegare i movimenti, ma cerco di tenere stretta la linea narrativa che hanno… sempre che io sia riuscita a coglierla… )

I+II Movimento = positività, innocenza, giovinezza, leggerezza

III+IV Movimento = dramma, strazio, soluzione acerba, nostalgia per una situazione facile, soluzione matura.

I Movimento: Sospensione. Fanfara. Natura sconfinata. Cuculo. Corni dei cacciatori che si sentono lontano. Purezza. Infanzia.

Questo ad un certo punto è interrotto da: Ansia. Marcia. Violenza. Trombe che portano a… Luce. Torniamo in tonalità maggiore. Tiriamo un sospiro di sollievo, e ce ne andiamo all’osteria a ballare un valzer.

II Movimento: Musica da Taverna. Forma di Scherzo, ritmo di valzer. Ma con ombra minacciosa (moto perpetuo degli ottoni) della serie: non si può star mai tranquilli.

III Movimento: È qui Fra Martino. Lo sentite? Subito, la parte che dice: “Suona le campane, suona le campane…” in tonalità minore, il che vuol sempre dire “dramma”. Mahler stesso dichiara che questo movimento è ispirato alla canzone popolare Frère Jacques (che appunto da noi è Fra Martino) e a un’illustrazione, ai tempi molto comune in Austria, che rappresenta gli animali della foresta che accompagnano, in corteo funebre, la bara del cacciatore (si chiama “Come gli animali seppelliscono il cacciatore”). Ho recuperato l’illustrazione, è quella che vedete sopra.

Vorrei fare (ma non la farò) una piccola digressione su questi poveri bambini austriaci dell’800 e i libri che avrebbero dovuto sollazzarli. Altro che Peppa Pig. E poi je credo che venivano fuori dei pazzi! Fine della digressione.

IV Movimento: La botta iniziale di piatti ti sveglia da tutto e ti butta con violenza in una guerra senza requie. Battaglia. Lotta. Altro che boschetto! Altro che osteria! Altro che funerali ed animali! Qui non c’è proprio niente da scherzare… Vogliamo vincere! E ce la faremo!!! La guerra scoppia e corre veloce, a cavallo, con accenni eroici misti a rimbombi di minaccia (tamburi), ritorna sempre un mini-tema di guerra (e sempre ritornerà). Piccola parentesi che ripensa a momenti dolci, sereni e lirici, interrotta dall’ansia dei violini, che ci ributtano nel pieno della battaglia che incalza e ci fa precipitare nella violenza, fino ad un’improvvisa soluzione.

Questa soluzione ci coglie all’improvviso, viene “come da un altro mondo” (dice lo stesso Mahler), e viene già a metà del Movimento. E che altro deve succedere nella seconda metà, se è già tutto risolto? Dopo la fierezza della vittoria, che riprende i temi drammatici e di guerra e ce li ricanta in chiave maggiore (quindi positiva), potrebbe finire qui.

E invece no: ricade nella nostalgia degli anni dell’innocenza, di quando la guerra non la si conosceva neanche: ci sono infatti richiami ai temi e ai timbri della foresta del primo tempo, e ai momenti di struggenza innamorata del terzo. Dopo questa nostalgia di giovinezza, di purezza, si reinserisce la minaccia della lotta, ma viene di nuovo subito vinto dal clamore positivo della soluzione che avevamo trovato poco prima. Qui questa soluzione positiva si completa, si sedimenta, è più matura, sembra una festa nazionale, un inno di vittoria con tanto di trombe, tromboni, piatti. In pompa magna non c’è storia: abbiamo vinto.

E questa vittoria è molto più forte e inattaccabile del quieto vivere senza problemi dei primi due Movimenti. Ce lo ha voluto ricordare così: altrimenti si sarebbe fermato alla vittoria di metà, ancora acerba, prima della riflessione sul passato.

Dev’essere potentissimo sentirlo e vederlo dal vivo. Chissà che brividi che dà.


Cosa piace a me


Il terzo movimento, lo trovo pazzesco. Vado, libera, vi dico cosa mi fa immaginare.

È come se la storia che racconta si svolgesse in due luoghi. Il primo è una foresta scura. Lì gli animali, uno dopo l’altro, partendo da un contrabbasso fastidioso, quasi scordato, e arrivando a un flauto che è senz’altro un cuculo, si uniscono, aggiungendosi uno dopo l’altro, a un corteo funebre: stanno portando il corpo del cacciatore ad essere seppellito. Com’è grottesca questa immagine (la stessa della famosa illustrazione, vedi sopra), è come una vendetta, molto grave. Il Fra Martino che risuona, infatti, non è doloroso per la tristezza, ma è grave, implacabile, spietato. Come se celebrasse una legge di natura, immutabile.

Giunti ormai tutti gli animali… ehm, gli strumenti, ci spostiamo nel secondo luogo: per me è il balcone di un grande castello, dove si sta svolgendo una festa. Su quel balcone, sotto la luce delle stelle, una ragazza e il suo innamorato stanno danzando. Al di là della grande porta che separa il balcone, c’è una sala da ballo, con gli altri invitati che danzano, noncuranti, e l’orchestra, che suona imperterrita, come una banda. I due innamorati stanno vivendo un sogno. La melodia li accarezza, romantica, vanitosa, sospirante, a tratti lasciva. Sperano che nessuno li veda, eppure non riescono a non lasciarsi andare alla passione di quel momento, non riescono a staccarsi l’uno dall’altra, benché ogni tanto “la macchina da presa” torni nella sala da ballo, e ci faccia sentire il ritmo dell’orchestra/banda, che fa ballare (in modo spensierato e divertente) gli altri invitati.

Ogni tanto lei però lancia uno sguardo al bosco sconfinato, che si apre lontano ed è scuro, misterioso, presagio di morte. È proprio lì che si sta svolgendo il corteo funebre, deciso e inquietante, grottesco. Implacabile, fino a che non sparisce.


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