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La parabola degli over 50 su Facebook

Updated: Apr 26, 2022


(Nella foto: le Cariatidi di Southwark Park)


“A chi scrivi i messaggini?” Questo il ritornello che attaccava ogni volta che in casa mia si cominciava a sentire il tac tac dei tasti del mio Alcatel preistorico arancione, discreti come cannonate nella notte.

Passa qualche anno e il ritornello si trasforma in: “Mi cambi la suoneria? Questa mi mette in imbarazzo”. (Vorrei menzionare anche quella volta che mio fratello mi chiese, io che studiavo musica, di comporgli la sigla di Chi l’ha visto come suoneria, ti pago Luci lo giuro).

Tornavo dall’università al weekend e venivo accolta con un “Mi guardi cosa ho combinato con le mail?”.


Quando prima della tesi mi sono iscritta a Facebook, pareva avessi fatto un patto col demonio. “Ma tutti possono vedere le tue cose?”

“Sì, ma quelle che voglio io, e poi le persone le scelgo io” “E se te le rubano?” “E se poi ci guarda un datore di lavoro (“datore di lavoro”: in casa mia considerata categoria gerarchica che neanche le caste in India)?”, “ E se poi non ti assumono perché vedono foto in cui sei ubriaca?” (allora ero astemia e lo sapevano), “Ma se… ma se…ma se… Ma se poi te ne penti?? PADRE MARONNO!!!!!!


Ok scusate mi sono lasciata prendere la mano.


Questa è la fase 1, altrimenti detta Fase Paranoica: quando l’ignoto genera psicosi e crea il terrore che qualsiasi cosa possa accadere in cielo e in terra, se solo confermo i miei amici come “amici” e se clicco “Mi piace” sul gruppo “Limoni che personano” o “Tuo nonno in carriola” (a questo proposito: una volta su Facebook ci si divertiva, giuro, non era un crogiuolo di livore, ipocondria e risentimento, mi ci facevo delle gran risate).


Ma tranquilli, perché alla Fase Paranoica segue la Fase Mica: questa prende atto del fatto che ormai (da mo’) ti sei iscritto e il genitore cerca di limitare i danni con la sola imposizione delle ansie, introdotte dalla parola “mica”.

“Cosa ci scrivi su Facebook? Mica scriverai cose politiche, che poi ti mettono in galera! E mica scriverai cose di lavoro, che poi i datori di lavoro ti licenziano! E mica scriverai male della gente… insomma, mica scriverai????”


C’è da dire che in quella fase avevo già iniziato a divertirmi un po’ di meno, però con i social avevo iniziato a lavorarci, e insomma non è che mi pagassero un gran affitto, ma alla fine vuoi o non vuoi me lo pagavano. E scrivevo in chiave ironica le cose che mi capitavano, con il solo scopo di strappare un sorriso a chi mi leggeva. Oppure scrivevo pezzi di una canzone che mi piaceva, di una poesia che mi piaceva, forse perché volevo averle lì davanti per un po’. Volevo che gli altri vedessero che quelle parole erano importanti per me, e quindi forse sotto sotto volevo che gli altri mi conoscessero un po’ di più (chi è senza insicurezze scagli la prima pietra).


A questo punto però le cose si fanno più piccanti, perché dopo la Fase Mica si passa alla Fase della Cimice. La Fase della Cimice scatta quando, in un impeto di frustrazione, curiosità, e perché no masochismo, il genitore SI ISCRIVE A FACEBOOK per vedere che cosa il figlio scrive.

Il figlio, non la figlia, che ne rifiuta periodicamente l’amicizia per almeno 4 anni consecutivi (madonna come sono fiera di me). Il genitore in Fase della Cimice non posta nulla, non commenta, semplicemente osserva, e fa capire che osserva, buttando qualche like qua e là. Il genitore c’è. Il genitore ti vede.


Ma il genitore che si è iscritto con il proprio nome e cognome non sa che anche gli altri genitori, dopo aver attraversato la Fase Paranoica e la Fase Mica, stanno attraversando la Fase della Cimice. E vedendo le splendide foto sfocate e scentrate dei loro pari, con la “scritta blu” che recita “Persone che potresti conoscere”, si ritrovano di fronte a un bivio epocale: chiedere l’amicizia oppure no.

Qualcuno riceve delle richieste. E adesso? Tizia mi ha chiesto l’amicizia, ed è mia amica… che faccio, non posso rifiutarla. E se accetti Tizia, vuoi non accettare anche Caio? E lasciamo fuori Sempronio? Non si può… È fatta. La Fase della Cimice è finita, e senza quasi accorgercene siamo passati alla Fase di Sodoma e Gomorra, ovvero la fase delle tentazioni, delle seduzioni e del declino morale e anche psicofisico, visto che il famoso episodio biblico finisce con la distruzione rovinosa delle due.

In questa fase, i genitori dimenticano la missione per cui si erano iscritti inizialmente, e vengono sedotti da infinite tentazioni: gruppi di campanilismo spinto “Sei di [città XY] se…”, gruppi nostalgia portami via tipo “Ma che ne sanno quelli degli anni 70” (eh, e che ne sanno, non eravamo nati!), gruppi che condividono contenuti su: gattini, cagnolini, pony, bradipi, animali senza arti, animali da salvare, condividi se hai un cuore, condividi se hai le emorroidi, condividi se credi in santa Brigida, fai battaglie ideali inutili in discussioni accese sull’eredità del ’68, fatti venire l’ulcera mentre difendi la famiglia tradizionale, fatti venire un attacco epilettico mentre difendi le famiglie arcobaleno, fai discussioni accese su temi di politica, benessere, amore, soldi, denaro, che questo è l’anno del Capricorno.

(A questo punto devo dichiarare che in questa fase i miei genitori si sono comportati molto molto bene, bisogna ammetterlo. Ma io tutti gli altri LI VEDO.)


E qui si crea un altro fenomeno molto particolare, perché mentre per gli over 50 è cominciata la Fase di Sodoma e Gomorra, i figli dei suddetti, che hanno già attraversato innumerevoli fasi che non stiamo qui ad esporre, sono appena entrati nella fase “Si stava meglio quando si stava peggio”: hanno cominciato a stancarsi di Facebook. O almeno, non ne sono più così smaniosi. Coincidenze? Non lo so. Io per esempio ci passo molto meno tempo, non scrivo quasi più niente. Sarà perché ho finito i 15 20 e sono passata ai 20 30, che non sento più il bisogno di stare in piazza (motivo per cui questo blog non se lo caga nessuno), anche se ancora mi piace far ridere un po’ le persone, ma per quello uso altri mezzi, o almeno ci provo. Sarà che non mi riconosco nella maggior parte delle foto che mi faccio o che mi fanno, quindi sono refrattaria al tag a tutti i costi, diversamente da come ero una volta (discorso molto diverso va fatto per Instagram e Twitter, ma è quasi ora di pranzo, scusate). Sarà che mi innervosisce la maggior parte di quello che vedo, ed è un tipo di nervosismo di cui non ho più bisogno. Al punto che ormai un anno fa dopo un attacco di questo nervosismo ho cancellato la app dallo smartphone, ora lo guardo su desktop una volta ogni 3 giorni circa, quando me ne ricordo (e ci faccio anche un po’ di ricerca, perché continuo a lavorarci).


Lo uso così poco che ho anche accettato la richiesta di amicizia dei miei genitori, pensa te.

E ora che me ne sono stufata più che in altri periodi, ricevo una pioggia di richieste di amicizia di amici dei miei, perché è un po’ come le Dietorelle, una tira l’altra, al punto che ora sono amica di tutte le persone che conosco, e quei pochi cazzi miei che condivido li possono vedere davvero tutti, così indovina indovinello… non li condivido più! Hurrà!

Ed ecco che giungiamo a una grande verità: i genitori ce l’hanno fatta. Quando ci volevano offline, quando speravano che fosse solo una moda passeggera, quando incrociavano le dita perché ci stufassimo di feisbù… ce l’hanno fatta, senza saperlo. E hanno rivoltato la frittata, perché ora ad essere imbarazzati per quello che i nostri scrivono, siamo noi. Chissà se Mark tutto questo lo sapeva fin dall’inizio. Secondo me sì.



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