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La newsletter The Making of Autunno Americano -Come è successo che ho scritto un romanzo

Updated: Jan 17

A partire dal 17 maggio 2022 ho iniziato a raccontare attraverso una newsletter gratuita come è successo che ho scritto un libro per ragazze di 13 anni: Autunno Americano. Il romanzo è stato pubblicato da Bookabook il 24 novembre 2022, e la newsletter The Making of Autunno Americano raccontava tutto il percorso che mi ha portata a scriverlo e pubblicarlo. Una storia nella storia, insieme ad una sorta di countdown alla pubblicazione, e al lavoro che l'ha preceduta negli ultimi mesi, raccontato in corsivo. Ecco quindi che ho voluto ripubblicare in questo post tutte e nove le uscite della newsletter.




Com'è iniziata: perché scrivere un libro per ragazze delle medie?

17/05/22



You must do the thing you think you can not do. Estremo? Forse. Ma avevo bisogno di sentirmelo dire, quando pensavo: mi piace scrivere, ma il mondo dell’editoria non fa per me. Troppo complicato, troppo da arrivisti, io non sono competitiva, io mi vergogno anche della mia ombra, io non amo espormi. Però caspita pubblicano cani e porci, e chi lo legge in modo “unofficial” continua a dirmi che questo libro che ho scritto... è bello. Cosa ci faccio con questi 160 fogli Word?



Ho iniziato a scrivere Autunno Americano 10 anni fa, su richiesta di Miriam, una mia amica che lavorava in una piccola casa editrice di Milano. Mi disse che avevano bisogno di storie positive per ragazzi e ragazze delle medie, era il periodo dei vari Twilight da una parte e di Tre metri sopra il cielo dall’altra. Erano una casa editrice diversa, e volevano storie positive più quotidiane, dove i ragazzi potessero riconoscersi.


“Tu che scrivi ogni tanto per passione, vedi se ti viene in mente un’idea, che la presento alla mia capa”. Ora, onestamente, erano le vacanze di Natale. Ero a casa dei miei. Ero single. Mi annoiavo. In una settimana scrissi metà Autunno Americano.


Partii da un fatto che mi era realmente accaduto quando avevo 13 anni. E da lì cominciai a inventare, costruire, aggiungere, ricamare. Mi accorsi che avevo tantissimi ricordi di quegli anni. Tanti, e vividi. Soprattutto erano vivide le sensazioni, e più ne richiamavo alla mente, più ne arrivavano. La casa da ristrutturare. La pasta col ragù. Il fascino di mio fratello per le parolacce. Le cuffie del walkman. La “maledetta festa delle medie”. Gli occhi del disgraziato che mi piaceva.


Metà libro è venuto giù dalle dita così, senza quasi averlo programmato. Senza uno schema (io che faccio sempre gli schemi e le liste). E poi rileggerlo tutto, asciugare, limare, detestare, riscrivere, e chiudere tutto. E il giorno dopo rileggere e dire: “Ma davvero questo l’ho scritto io?”.


Finite le vacanze di Natale, inviai a Miriam quella metà del libro che avevo già scritto. “Bello, lo faccio subito vedere alla mia capa, se le piace vai avanti?” “Certo!”, squillai. Ma la sua capa dopo un mese non le rinnovò il contratto, e sia Miriam che Autunno Americano si ritrovarono a spasso. L’una, un po’ abbacchiata, e l’altro incompleto. E adesso? Mi chiesi. Peccato, ci stavo prendendo gusto.


Torino è un invito a scrivere - Autunno Americano

06/06/22

Nei 5 anni successivi provai a finire Autunno Americano. Erano anni in cui imparavo a lavorare da copywriter davvero, in cui mi scontravo con il mondo del lavoro, con quello degli adulti, con quello spietato delle agenzie e - sempre lì si torna - con quello dell’amore. Tragico quando non corrisposto, ancora più tragico quando corrisposto.

Vissi a Torino per un anno e, non so perché, ma Torino ti porta a scrivere. Ti porta anche a meditare il suicidio certe sere eh, però ti porta anche a scrivere tanto, perché la sua tradizione letteraria si respira nell’aria, così come l'atmosfera degli autori presenti e di una vita culturale vivissima e super interessante.


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Autunno torinese

Ho scritto tante poesie in quel periodo, e sono andata avanti su una raccolta di racconti che avevo iniziato anni prima - chissà, magari tra 20 anni saremo qui a parlare anche di quella. Non conoscevo nessuno se non la mia coinquilina/collega, e dopo cena facevo questo gesto per cui arrivavo fino al Po, per guardarlo, illuminato dalle luci della Gran Madre e con i baretti dei Murazzi chiusi. Prima di uscire scrivevo, scrivevo tanto. Chiuso il computer mi sentivo più leggera, liberata, e la mente vedeva le cose in modo più chiaro. Affidavo alla carta le mie sensazioni, soprattutto quelle pesanti, e poi uscivo a prendere freddo.


Rimisi mano anche ad Autunno Americano, in quel periodo. Miriam aveva trovato un altro lavoro, non c'entrava nulla con l’editoria, e io ricominciai a scavare tra i miei ricordi, cambiarli, mescolarli, romanzarli, inventarne di nuovi al punto che non riuscivo più a distinguere tra verità e fantasia. Comparve nel romanzo la signora Fabbri, l'anziana vicina di casa di Sofia. Inizialmente era una superstite istriana, ma poi capii che non mi ci trovavo bene a raccontarla così, quindi cambiai prospettiva e la feci venire dalla linea gotica - insomma, dalle mie parti. Iniziai a costruire il rapporto tra lei e Sofia, e aggiunsi tante citazioni e canzoni all'interno del romanzo. E poi tentativi e riscritture, sotto la supervisione di un super-io totalmente privo di pietà, fino a che arrivai alla fine di Autunno Americano. La fine, pensa te.


Come capii che era finito? Sentivo di aver detto tutto. Ma proprio tutto. Non avevo più nulla da dire, davvero, in sincerità e con una grande chiarezza di pensiero.

Scrissi l’epilogo esattamente com’è ora. E non ci pensai più. Bello, finito e chiuso nel mio computer. Sai mai che qualcuno lo legga… Dio non voglia! Finché…


Ci sta - trovare il coraggio di pubblicare un libro

05/07/22


Mi sono ritrasferita a Milano. E poi a Londra. Mi sono sposata. È nato un bambino. E Autunno Americano era sempre lì, in una cartella del computer che portava il suo nome, a guardarmi ogni volta che fissavo il Desktop. Gli occhi leggevano “Autunno Americano”, ma il cervello leggeva “E di questo che ne facciamo?”. Che poi in realtà significa: "Che valore ha questo progetto? Vale la pena di prenderlo sul serio?".



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Tutti i cambiamenti degli ultimi 7 anni in una sola foto. Quando si dice la sintesi…

Estate 2020. Faccio il bagno al mare con mio marito. Riemergo da un tuffo e gli dico: «Da settembre vorrei fare un corso per imparare qualcosa di nuovo. Un po’ di formazione. Mi sento ferma, parcheggiata, stantìa». Mi risponde come rispondono sempre i milanesi quando ti sostengono: «Ci sta». Inizio a valutare corsi da fare.

Gennaio 2021. Inizio Soggiorno al Cottage, un corso di 6 mesi per freelance creative, che ha diversi scopi: imparare a fare un business plan, organizzare meglio il tempo del lavoro (soprattutto per chi è libero professionista), imparare a preparare il lancio di un prodotto o servizio, capire di più quali sono i propri talenti. E altro. Molto altro. All’inizio del corso Rita Bellati, che lo tiene, ci chiede di usare uno dei nostri progetti come ipotesi su cui applicare i contenuti e i metodi del corso.

Banalmente, rispondendo alla domanda: «Qual è il progetto ancora in fieri che vuoi prendere sul serio e che vuoi approfondire?» vado nel panico. Avevo in mente un progetto di cucina sui social o in newsletter, era carino, ci stava (direbbero i milanesi). Però avevo ancora quella cartella nominata “Autunno Americano” sul Desktop a farmi sentire sospesa. Parlai a Rita dei miei dubbi, e lei mi rispose: «Il progetto di cucina o il tuo libro? Scegli quello che più ti fa battere il cuore».


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Inizia pure con la "A", quindi è sempre in alto, ben visibile…

Ora. Non sembra, ma io sono una persona razionale. Ho liste per tutto. Sto male se prima di partire per un viaggio non mi scrivo e pianifico cosa contengono le valigie. Chi mi conosce lo sa (e mi prende molto in giro). Battere il cuore non credo sia mai stato un criterio per me sul campo lavorativo. Ma se non fosse lavoro? E se per una volta facessi una cosa perché è per me, solo perché la voglio fare io?

«Partiamo dal libro, Rita. Si chiama Autunno Americano. Non ho dubbi.» E così dopo 9 anni ho riaperto la cartella (che paura), determinata a capire se quei fogli Word avrebbero avuto un futuro oppure no.


Not quite my tempo! Il super-io dello scrittore

05/08/22


Si può trattare un libro come un business? Gli si può fare un business plan? Studiare il suo target e fare una pianificazione? Sì e no. Certe cose di Soggiorno al Cottage sono servite a Lucia Ceccolini copywriter, certe altre sono servite a Lucia Ceccolini scrittrice. Mi sono sdoppiata? No, anzi: ho capito che sono una writer. Poi, per chi scrivo, varia a seconda delle circostanze: posso farlo per aziende grandi o piccole, per agenzie, o per me stessa. Autunno Americano è per me stessa. Ma non solo.

Durante il Soggiorno ho individuato diversi punti di lavoro per lo sviluppo di Autunno Americano. Il primo è stato fare una revisione massiccia. La cartella era lì, chiusa in se stessa da tanti anni, che mi fissava dal Desktop. Mi presi un’ora al giorno per farlo, perché serviva continuità. La aprii con il cuore in gola, e molta curiosità. Ero pronta a incontrare la me di 8 anni prima che scriveva episodi rivisitati della me di 23 anni prima. Insomma una cosa del genere:


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Feci modifiche, tante, ma mi imposi dei freni, altrimenti avrei finito per riscriverlo tutto. Erano passati così tanti anni che lo avrei davvero riscritto in modo diverso - non necessariamente migliore: era venuto giù dalle dita in modo molto spontaneo e naturale, seppur pensato, e tornare indietro su questa naturalezza, forse, sarebbe stato un peccato.

Lasciai perdere un sacco di fissazioni che avevo, tipo tenere tutte le versioni, anche quelle vecchie e superate. Misi tutto su Drive e cominciai a lavorare sempre e solo sulla versione più aggiornata. Diedi coerenza a cose che non l’avevano, delineai al meglio possibile i personaggi, inserii nuove canzoni nel testo, e lo limai fino a non avere più nulla da modificare. 


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AH AH AH: ma figurati. Chi scrive lo sa: non si arriva MAI al punto di non avere più nulla da modificare. Io le cose che scrivo potrei modificarle all’infinito. È normale, è fisiologico, è giusto così: perché ogni giorno cambio io.

Lì chiamai in causa di nuovo il mio impietoso super-io (che ha la grazia e la compassione dell’insegnante di batteria di Whiplash) e gli dissi: "Coso, tu devi vigilare. Se voglio fare una modifica al testo deve essere molto ma molto giustificata. Altrimenti mi impedisci di farla, ok? Mi fai la faccia brutta, mi urli "not quite my tempo!" e io vado avanti e lascio il testo così com'è. Sto libro lo devo finire. Basta”. E così feci, anche perché con l’insegnante di batteria di Whiplash non si scherza, ma proprio non si scherza niente.


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Una volta finita la revisione avevo bisogno di qualcuno di esterno che leggesse il manoscritto e mi desse un parere spassionato. 

PS: solo GIF e niente foto drammatiche questa volta... in fondo si era in pieno lockdown inglese, e non c'era molto da fotografare in casa!


Si fa presto a dire tredicenne

05/09/22


Il testing, oltre alla revisione, è stato un punto fondamentale, e ho capito questo soprattutto grazie al Soggiorno al Cottage, di cui abbiamo già parlato. Infatti, una volta finita la review, ho fatto leggere il manoscritto a diverse persone, tra cui:

  • due ragazze di terza media

  • una ragazza di seconda media che stava per trasferirsi in un altro paese

  • tre prof delle medie in diverse zone d'Italia

  • la mamma di una ragazza di seconda media, di circa 40 anni

  • la ex preside di una scuola asilo+elementari+medie

  • la coordinatrice di una scuola media

  • un’amica che è cresciuta in giro per il mondo e alla cui esperienza mi sono ispirata per il diario di Maddalena

  • una traduttrice che lavora per una casa editrice

  • un’amica di 36 anni (e che quindi era preteen nel 1997).

I loro feedback sono stati molto preziosi. La mia domanda principale era: “Ti ci riconosci? Racconta qualche cosa di te?”. Avevo una grande preoccupazione: io, nella mia vita di ogni giorno, non ho a che fare con ragazze delle medie. E ciò che descrivo accade nel 1997. Chi leggerà il libro adesso vive una quotidianità molto diversa da quella che era la mia quando avevo 13 anni. Ci si riconoscerà? Il libro ha qualcosa da dire a chi ha 13 anni, indipendentemente dalla musica che ascolta e dalle scarpe che vanno di moda?

La risposta è stata un “sì” corale e deciso da parte di tutte le mie gentilissime tester. Non solo. La mamma di 40 anni ha ritrovato le atmosfere che viveva al liceo. La mia amica di 36 anni mi ha detto “Madooo cosa hai ritirato fuori! Queste sensazioni, ora che le hai descritte, me le hai fatte rivivere come se fosse ieri". La ragazza di 12 anni ha domandato a sua madre cosa fossero le Fornarina :) e ha chiesto se poteva farlo leggere alle sue amiche. La traduttrice mi ha dato feedback molto positivi, e la cosa mi ha rincuorato. È un bel sollievo sapere che non si stanno per muovere mari e monti per fare una figura di merda urbi et orbi.


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Io a 13 anni

Una rarissima immagine di me tredicenne e del mio strano concetto di moda. Ero tra le più basse della mia classe e portavo il 41 di piede (quindi la felpa di Pippo era forse un po' simbolica senza che me ne rendessi conto). E sì, ero alla reggia di Versailles.


Comunque, non solo la mia domanda principale aveva trovato una risposta, ma si era arricchita di spunti: avevo capito che Autunno Americano era una lettura interessante anche per donne più grandi, mamme che desideravano capire cosa passasse per la testa delle loro figlie, e donne adulte capaci finalmente di guardare il periodo delle medie con la tenerezza di chi nella vita ha fatto dei passi, si guarda indietro e vorrebbe darsi un abbraccio. Meno male, mi sono detta.

Due persone, però, mi hanno dato uno spunto ulteriore... e molto coraggio. Una è un'amica, mia coetanea, che mi ha detto che con questo libro ho iniziato a "costruire una cosa molto grande e positiva, perché c'è bisogno a tutte le età di storie di immedesimazione e di speranza". Una tra le prof delle medie, invece, ha voluto tenermi al telefono un'ora e mezzo per darmi i suoi feedback, facendo esempi sui suoi ragazzi, e alla fine mi ha detto: "Lucia, che cosa bella e utile che stai facendo. Ce n'è bisogno, ce n'è tanto bisogno". Ci sono rimasta di sasso e ho capito che in Autunno Americano c'era più di quello che pensassi. E avevo bisogno che lo leggessero altri per restituirmelo indietro più ricco, e perché fosse una sorpresa anche ai miei occhi. E quindi ho sorriso, e ho pensato: avanti tutta.


Autunno Americano - Le faremo sapere

03/10/22


Forte dei feedback e dei metodi imparati con il Soggiorno al Cottage, ho messo un evento sul mio Calendario Google: ogni giovedì mattina, alle 11 e mezzo, ho bloccato un’ora per mandare agli editori la bozza di Autunno Americano, insieme a una mia breve bio. A volte ho ignorato l’evento, a volte ho sgarrato, spesso non ci ho dedicato un’ora ma solo 10 minuti. Ma come dice Elizabeth, the most import thing is showing up.

Durante il Soggiorno avevo colto l’occasione per fare tre liste di case editrici (ve l’avevo detto che sono quella delle liste):

  • case editrici top

  • case editrici medie

  • case editrici strane

  • ripieghi.

Sono partita dalla lista TOP. Mondadori, Feltrinelli, insomma avete capito. Di ritorno arrivava la classica mail preimpostata che dice: “Grazie per il manoscritto. Se non ti rispondiamo entro 6 mesi è un no”. È andata così, per 6 mesi.

6 mesi dopo ero arrivata in fondo alla lista case editrici MEDIE ed è arrivata una email diversa: “Grazie, non abbiamo letto il manoscritto, ma abbiamo letto l’abstract che ci hai inviato: non è in linea con le nostre collane. Buona serata”. Buona serata a voi, rispondevo.


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Come ci si sente quando iniziano ad arrivare le risposte negative? Male. Tristi. Io mi ero corazzata eh. Tutti mi avevano detto che il mondo dell’editoria è spietato, che se non conosci tizio caio non ti si fila nessuno, che la meritocrazia non esiste. E anche esistesse, poi parte la sindrome dell’impostore. Lo so, lo so, ne parlano tutti, ma la mia ha una gran personalità. Presente quella vocina interna che dice: “La Lucia ha scritto un libro per preadolescenti… chissà che schifezza!”. Nel mio caso, la mia sindrome dell’impostore ha la voce del mio professore di Racconto breve al Master in Pubblicità - che peraltro mi stimava anche.


Fortunatamente, il Soggiorno al Cottage mi aveva dato un grande strumento per affrontare tutto questo: la chiarezza del mio intento. Grazie al lavoro fatto, avevo due punti cardinali che mi permettevano di non perdere la rotta. Ve ne parlo la prossima volta, perché vi ho già prosciugato abbastanza, ma li nomino perché sono molto grata a me stessa di aver fatto un lavoro per capirli a fondo. Perché tutt’ora mi stanno guidando in questa avventura. Certo, ci sono le tempeste, e a volte la bussola impazzisce, ma con quei fari la rotta la ritrovo sempre, e il mare a un certo punto si calma.



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Quel nome sulla copertina

26/10/22


La chiarezza derivata dal Soggiorno al Cottage mi aveva permesso di individuare due grandi motivi per cui farmi tutto questo sbattimento di finire un libro e proporlo agli editori. I due grandi “perché” di AutunnoAmericano.

  1. Il libro era scritto. Era finito, ed era stato giudicato bello. Io desideravo che uscisse dal mio computer, e raggiungesse le persone per cui era stato scritto. Aveva qualcosa di bello da dire alle persone e volevo che lo facesse.

  2. Desideravo vedere il mio nome e cognome su un libro stampato.

Ora, se il primo proposito vi sembra nobile, grazie, lo è. Se il secondo vi sembra vanità, grazie, lo è. Ho avuto un bel da fare per sopprimere questo desiderio. E non ci sono riuscita.


Estate 1992. Ho 7 anni. Sono in macchina con i miei genitori in giro per le campagne marchigiane. Il sole tramonta, e guardo fuori dal finestrino. Nel cielo i rosa, i viola, gli azzurri che si riflettono sulle poche nuvole e fanno da contorno a un sole rosso infuocato, mi fanno prendere una decisione: scriverò un libro (ripeto: ho 7 anni). Si chiamerà Al di là dei sogni, e sarà la storia di un gruppo di amici che impara a volare, raggiunge le nuvole e ci racconta com’è il mondo da lassù.

Non iniziai mai quel libro, ma ancora mi ricordo di quei paesaggi e di quel proposito. Immaginate il mio disappunto quando nel 1998 uscì il (terribile) film Al di là dei sogni con Robin Williams, che per me era Mrs Doubtfire.Mrs Doubtfire mi ha fregato l’idea, protestavo con me stessa.


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Ho sempre scritto tanto. E il desiderio di vedere il mio libro su un volume, scritto sopra una bella immagine di copertina, non è mai svanito. Quando ho iniziato a scrivere cose più organizzate (il già citato libro di racconti, la raccolta di poesie finalista del Premio InediTO, Autunno Americano…) quel desiderio è riemerso abbastanza potente. E per 10 anni è rimasto lì a fissarmi, proprio come la cartella di Autunno Americano sul Desktop.

È da stupidi non provare a realizzare quello che si desidera”, mi ha detto una volta un’amica. Semplice, banale, quanto vero.


Chi mi conosce lo sa che non sono una persona esibizionista o vanitosa. Ed era proprio per questo che questo desiderio del nome sul libro non mi tornava. Eppure restava. E durante il percorso del Soggiorno al Cottage, a un certo punto, ero lì che lo reprimevo, ma poi l’ho guardato in faccia e ho pensato: “Sti cazzi, io ci provo. Perché no?”.


A che punto siamo?

Mi fa sorridere pensare che questa newsletter esca il giorno dopo aver dato l'ok finale alla copertina(il famoso "si stampi") per cui ho lavorato con l'editore. La copertina con il mio nome sopra. Com'è? Non è come l'ho sempre immaginata. Mi sto abituando all'idea. E non mi dispiace.

Comunque da ieri è tutto approvato! Sono in attesa di una data di lancio, e nel frattempo devo sbrigarmi perché ho ancora un sacco di cose da sistemare prima che esca il romanzo.

A proposito di copertina - quando ho finito la revisione di AutunnoAmericano non me ne rendevo conto assolutamente e avevo questa idea: potrò dire di aver scritto un libro solo quando l'avrò pubblicato. In risposta a questa cavolata, mio marito mi ha stampato il file impaginandolo come un libro e rilegandolo "alla giapponese". Ne è venuto fuori un volumetto che mi ha aiutata a realizzare quello che stava succedendo.


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Si sa che una volta stampati, sui testi si trovano sempre più errori, ed è stato così. Ma non solo: i libri sembrano davvero dei libri. Prendono contesto, importanza, dignità, e si capisce meglio se sono solidi oppure sono fatti solo per una lettura veloce e distratta attraverso uno schermo.

Quel volumetto ora è tutto scarabocchiato e pieno di post-it, ed è sempre sulla mia scrivania per essere consultato ogni volta che mi serve. Mi è molto caro.


In Vino Veritas, In Bosco Pure

01/11/22


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La copertina di Autunno Americano

Questa foto l'ha fatta mio babbo alle sue copie: purtroppo io non ho ancora ricevuto la mia! L'editore non spedisce in UK. Un motivo in più per una scappata in Italia dai miei a recuperare le copie e vederla dal vivo, insomma. (Notare come si è impegnato a metterci dietro qualche foglia d'autunno :)

Cosa ne pensi? Ci è voluto un bel tira e molla per arrivare a questa copertina. A essere sincera, le altre proposte che mi ha fatto l'editore non mi entusiasmavano. Non ho avuto moltissima voce in capitolo (scusa il gioco di parole!) e questo è quello con cui siamo giunti ad un accordo. Ti piace?

Ormai l'hai capito: questa newsletter va al contrario. Di solito prima racconto come siamo arrivati alla pubblicazione, poi riassumo a che punto siamo. Oggi partiamo dalla fine, invece, e va bene così.

Riprendiamo il nostro racconto di come siamo arrivati fin qui - siamo alla penultima puntata.


27 dicembre 2021. Faccio una passeggiata in un bosco innevato in Val Vigezzo con mio marito. Sono di umore nero, e non capisco perché. Il posto è splendido, ma io non vedo niente. Arriviamo al paese e ci scaldiamo nell’unica trattoria aperta. Bevo un sorso di vino e iniziamo a parlare. Mi apro, mi sgelo, capisco che cos'ho. Gli racconto che dopo 9 mesi di rifiuti da parte delle case editrici la mia scorza dura comincia a scricchiolare, e che ho iniziato tutto questo perché non ne potevo più di sentirmi sospesa con questo libro. Ora però da troppo tempo mi sento di nuovo sospesa. Con un libro pronto per la pubblicazione, ma sospesa. Pensiamo ad altre soluzioni: provare con l’autopubblicazione, rilasciare i capitoli uno a uno come una newsletter, stampare a carico nostro in modo “casalingo” un po’ di copie, venderle a pochi euro ad amici e conoscenti per Natale l'anno prossimo e dare il ricavato in beneficenza. Ne esco rincuorata. Un po’ di idee ci sono, se ci si apre a nuove modalità. Ripercorriamo il bosco, e questa volta lo vedo.


3 gennaio 2022 (7 giorni dopo). Arriva una email da una delle case editrici che appartengono alla lista “editori strani”. Si chiama Bookabook. Lavora in crowdfunding: riconosciamo il valore del tuo manoscritto e ci vediamo del potenziale. Se trovi 200 persone disposte a comprare il tuo libro lo stampiamo e lo rendiamo disponibile da scaricare sulle principali piattaforme ebook. E poi lo distribuiamo in libreria. IN LIBRERIA.


Le mie ricerche mi avevano fatto capire che in genere chi si fa pubblicare un libro spende dei soldi perché acquista già obbligatoriamente un numero minimo di copie. Bookabook mi sta proponendo, invece, qualcosa di diverso. Un metodo interessante. Certo lo sbattimento della promozione me lo devo fare da sola (o quasi), ma in fondo ho voglia di farlo. Conosco il libro ormai a memoria, mi basterà postare sui social degli stralci, sarà anche divertente, perché no? Firmo il mio contratto editoriale e si comincia. In 10 giorni il libro è sul sito di Bookabook pronto per essere prenotato. Si parte!

In poco più di un mese raggiungiamo il goal di 200 prenotazioni! E poi ci fermiamo. Drasticamente. Se il primo mese abbiamo pre-venduto 200, il secondo mese ne vediamo solo 8. Perché?


Allora lo lascio andare, eh?

22/11/22


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Amiche che ricevono le copie prenotate e mi mandano foto per provarmelo.

Dal 24 novembre il libro sarà a disposizione di tutti. Lo lascio andare. Lascio che altre persone mi dicano com'è, e cosa è per loro. Mi lascio criticare: lascio criticare, bene o male, il mio lavoro, impegno, tempo, dedizione, pezzi di cuore.

Mi sto esponendo come raramente ho fatto in vita mia e a dire la verità ne sono terrorizzata. Mi ripeto che è normale, e che sarebbe grave il contrario. Non ho il controllo su ciò che mi si può dire, ma ho il controllo su come io posso vivere qualunque commento. Ho il controllo sulla mia capacità di essere ancorata a terra e non sballottata dalle cose, sferzata dal vento. È un lavorone, è il lavoro su di me che sto facendo negli ultimi anni, e che trovo irrinunciabile.

I lanci sono così. Sono un dire: "Guarda cosa ho fatto. Può servirti?". Spero la risposta sia sì, ma non solo. Sono AVIDA di commenti. Di qualunque tipo. Non perché cerco nelle parole degli altri una definizione di me e del mio impegno, ma perché voglio ricominciare a scrivere e desidero sapere cosa piace e non piace ai miei lettori. Desidero ricevere commenti riguardo alla mia scrittura, la trama, i dettagli, i personaggi, lo stile, i regionalismi, le emozioni, le descrizioni, le sensazioni, l'immedesimazione e le scelte piccole o grandi che compongono il romanzo. Voglio saperlo perché desidero un dialogo con chi mi legge e soprattutto desidero continuare a scrivere evolvendomi sempre di più, e questo mi è possibile solo attraverso lo studio e il confronto con altri.

In questo periodo sto ascoltando una canzone di Andrew Bird che si chiama Manifest, tratta dall'album My finest work yet, cioè "La mia opera migliore, finora". Mi fa sorridere la scelta di questo titolo, e allo stesso tempo mi ci ritrovo molto. Vorrei che tutto quello che scriverò in futuro fosse molto - ma molto - più bello di AutunnoAmericano.

Ma ora riprendiamo l'ultimo capitolo di The Making of, poi vi racconto cosa ci aspetta.


Quindi dopo il secondo mese le prenotazioni vanno a rilento, mooooolto a rilento. Perché? Perché da marzo il potenziale dei social a livello organico è finito, e soprattutto mi accorgo che io non ne ho più voglia. Ci sono alcuni problemi nella campagna, ma l'unico aspetto su cui io posso fare qualcosa, è il fatto che nella mia comunicazione manco io. Il profilo social di Autunno Americano è pulito, è curato, ma non mi dà nessuno stimolo, a me in primis. Non mi sento di condividere testi più lunghi, maggiori dettagli, battute o descrizioni della mia personalità su Facebook o Instagram. Eppure quando a cena con gli amici qualcuno mi fa una domanda sul libro, su come è nato, su cosa vuol dire per me, sul perché le preadolescenti, perché il 1998, perché il crowdfunding, mi ritrovo a parlare potenzialmente per ore. Le cose da dire non mancano. Forse è il canale che non funziona.


Ecco perché ricevi questa newsletter. Perché ho capito che avevo bisogno di uno strumento meno sbrigativo dei social per raccontare quest'avventura che è stata la pubblicazione di un libro, un territorio a me inesplorato, temuto ma desiderato da sempre. Mi sono seduta e in una mattina ho scritto lo scheletro di praticamente tutti i testi delle newsletter che hai ricevuto. Era marzo 2022, mese per mese li ho ripresi in mano, sistemati e aggiornati per poterti raccontare il percorso. E anche un po' per ammazzare l'attesa insieme :)

Una parte di me non vede l’ora di rimettersi a scrivere il nuovo libro, che ho già iniziato. Voglio spegnere il telefono, chiudermi in una stanza, venire disturbata soltanto dal tic tac dell’orologio, di cui mi accorgo solo quanto è tardi. Voglio di nuovo sentirmi piena delle parole che ho scritto e del tempo che è volato senza che me ne accorgessi.


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Io che saltello felice e giuliva ignara di quello che mi aspetta.

Se dopo tutta questa lunghiiiiiiissima storia sei ancora interessato a leggere il romanzo, puoi acquistare qui Autunno Americano sia in forma cartacea che come e-book. Se invece le atmosfere anni '90 ti mancano già, ascolta la playlist di Autunno Americano. In ogni caso, segui Autunno Americano su Instagram per tutti i futuri aggiornamenti.


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